Il viaggiatore

scritto da Rubrus
Scritto 24 ore fa • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 9 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di Rubrus
Autore del testo Rubrus
Immagine di Rubrus
Carnevale (ambrosiano) in maschera da cowboy.
- Nota dell'autore Rubrus

Testo: Il viaggiatore
di Rubrus

Trovammo lo straniero dopo una tempesta di sabbia nell’estate del 1866.
Era una stagione calda e secca e non c’erano mai stati così tanti diavoli di polvere come quell’anno, né ce ne furono mai più, almeno da quelle parti.
Uno aveva rotto il recinto del bestiame e la vacca era fuggita. Mio padre la cercava da tre giorni. Non perché fosse il buon pastore, ma perché era l’unica che avevamo e perderla poteva fare la differenza tra la vita e la morte.
La guerra era finita da un anno e le cose andavano male un po’ dappertutto. La gente fuggiva a ovest: dalla carestia o dalla sconfitta, in cerca di una vita migliore o di una vita e basta. E poi c’erano gli indiani. Attacchi alle carovane, razzie, assalti alle fattorie isolate, rapimenti, eccidi di coloni… Ora penso che fossero soprattutto spaventati da quella massa di nuovi venuti da est, ma allora la pensavamo diversamente.
Io avevo sedici anni.
Da due giorni, al tramonto, uscivo sotto la veranda e guardavo verso occidente, dove era sparita la vacca e dove mio padre era andato a cercarla.
Fissavo soprattutto il Pilastro che, a quell’ora, sembrava una sbarra di ferro arroventato conficcata nella Monument Valley. Ero convinta che mio padre sarebbe apparso giungendo da lì, o forse, sotto sotto, ero incantata dai colori della sera. Non so. Ogni tanto mia madre usciva e qualche volta anche qualcuno dei miei fratelli. Si fermava accanto a me torcendosi le mani senza dire una parola. Capivo che moriva dalla voglia di dirmi di tornare dentro e dare una mano, ma anche dall’ansia di vedere mio padre. Senz’altro, si riprometteva, se fosse ricomparso, di dirgli di lasciar perdere quella bestia, ma sapeva che, senza la vacca, eravamo condannati a morire di fame.
E, la terza sera, la vacca tornò.
Lei, mio padre e lo straniero.

«L’ho trovato nella fattoria dei Jefferson, ma non è uno di loro» disse mio padre.
I Jefferson se n’erano andati quella primavera dopo che una banda Navajo li aveva assaliti. Prima di partire avevano dato fuoco alla fattoria e così la nostra era diventata la più isolata di tutte, anche se non ci piaceva pensarci.
«Non sarà mica un ribelle?» chiese mia madre.
Mio padre guardò lo straniero. Stava semisvenuto sul dorso della vacca con gli occhi chiusi. Poteva avere l’età di mio padre e, sotto la polvere, i capelli e la barba dovevano essere neri. Non indossava una divisa, ma non voleva dire niente: molti ribelli se n’erano sbarazzati. Dal canto suo, la vacca era tranquillissima, come se non capisse tutto quel trambusto solo perché era andata a fare quattro passi.
«Be’, mica potevo lasciarlo lì» disse mio padre e io pensai che forse era davvero un buon pastore. Mia madre strinse le labbra, ma poi il suo sguardo si addolcì e io mi dissi che doveva aver pensato la stessa cosa, quindi si voltò verso di me e fece: «Polly, renditi utile una buona volta. Riempi la tinozza così possiamo dare una strigliata a questo tizio: non voglio che mi insudici casa. Quando hai finito, dai da mangiare agli animali, metti la vacca nel recinto, legala bene e torna dentro prima del tramonto».
Per lavare lo straniero dovevano spogliarlo ed era chiaro che mia madre non voleva che io fossi in casa. Terminai prima che il sole calasse dietro l’orizzonte e mi fermai un po’ a guardare il Pilastro. Non mi era mai sembrato così bello.

«Secondo me è un marinaio» disse mio padre.
Avevamo messo lo straniero accanto al camino, adagiato su un mucchio di coperte. Era tranquillo. Solamente, ogni tanto si agitava un po’, mugolando. I suoi capelli e la barba erano davvero neri, ma, ripulito, era più difficile stabilirne l’età. 
«Perché dici così?» domandai.
«Falle vedere che cosa gli abbiamo trovato addosso» disse mio padre a mia madre.
Mia madre tirò fuori un pezzo di carta che sembrava molto vecchio. Ora so che si chiama “pergamena”. Sopra c’era disegnata una nave, ma strana.
«È una nave a vela vero?» intervenne Jimmy, il mio fratello piccolo.
«Sì» confermai.
«E allora perché ha i remi?».
«Una volta le facevano così».
«L’hai imparato a scuola?» chiese Jack, il mio fratello maggiore. Aveva quattordici anni e ce l’aveva con me perché io avevo potuto finire gli studi e lui no. Per un po’ eravamo andati a scuola assieme, ma poi avevamo dovuto smettere perché il Capo Scout, della Tribù Navajo Noyeki, era fuggito dalla riserva di Bosque Redondo e infestava la Monument Valley con continue incursioni. La scuola era a mezza giornata di viaggio e andarci era diventato pericoloso. Io avevo fatto in tempo a finirla, ma i miei fratelli no. Jimmy era stato contento, ma Jack per niente. In realtà gli piaceva andare a scuola per fare gazzarra e guardare le ragazze. «Ti ho fatto una domanda» insisté, visto che io non rispondevo.
«Sì, l’ho imparato a scuola. Vedi che le vele sono diverse? Per questo usavano i remi. Le navi erano così, tanto tempo fa».
«Magari quest’affare vale qualcosa» disse mia madre allungando la mano per riprendersi la pergamena.
Lo straniero si agitò nel sonno. Era sera inoltrata e si era alzato il vento. Avevamo chiuso le imposte e, forse per tutto quel parlare di navi, il suo sibilo discontinuo ricordava il suono delle onde. Lo sconosciuto disse qualcosa che nessuno capì.
«Che razza di lingua parla?» chiese mia madre.
Io alzai le spalle.
«E poi che cosa ci fa un marinaio, quaggiù?» continuò.
Io non dissi niente e Jack fece: «Mi sa che non hai imparato granché a scuola».

Saltò fuori che lo straniero parlava inglese.
Riacquistò i sensi il mattino dopo e, dopo aver detto qualcosa in quella sua strana lingua, disse di chiamarsi Ulysses e che era greco, ma che era arrivato in America prima della guerra.
Sentendo che si chiamava come il generale Grant, mia madre lo prese in simpatia. Non parteggiava per i nordisti, ma non le andava giù che qualcuno avesse voluto dividere la nostra grande nazione. “Una famiglia che si spacca è una famiglia perduta e così un Paese” amava ripetere.
Dal canto suo, lo straniero la chiamava “Signora Ford” e, qualche volta, “Signora Mary”.
Mio padre era più guardingo.
Si venne a sapere che aveva salvato lo straniero perché aveva scambiato un mulinello di polvere per la vacca. Lo aveva seguito, era finito alla fattoria dei Jefferson e lì aveva trovato lo straniero svenuto vicino al pozzo. Poco lontano, comunque, c’era davvero la vacca.
Tutto questo lo disse come se si trattasse di qualcosa che aveva raccontato chissà quante volte e che si era stufato di ripetere. Mio padre era fatto così. “Parla poco, parla lentamente e non dire troppo” avrebbe potuto essere il suo motto.
Un giorno, però, quando ormai lo straniero era in grado di reggersi in piedi, gli chiese come mai fosse finito alla fattoria dei Jefferson.
Lo straniero rispose “per caso” e mio padre insistette. «Vi eravate perso?».
Erano tutti e due in veranda e guardavano il tramonto.
Lo straniero lo faceva spesso, come se cercasse qualcosa e, anche se io ero a due passi da lui, non aveva mai dato mostra di essersi accorto di me.
Fissò il Pilastro, poi mio padre, e ripeté: «Per caso».
Mio padre non disse nulla, ma da quel momento lo tenne d’occhio.
Quella notte, dopo che Jimmy e Jack si furono addormentati, sgattaiolai fuori dal letto e mi avvicinai alla camera dei miei.
Era caldo e buio, e l’aria pesante come se l’oscurità trattenesse il fiato. Le parole dei miei, dietro la porta chiusa, erano nette e profonde come una pietra che cade in un pozzo.
«Ti sembra che lo straniero guardi Polly?» chiese mio padre.
Mia madre rispose subito: «No».
«E credi che si chiami davvero Ulysses?».
Mia madre esitò, poi rispose: «Sì».
Calò di nuovo il silenzio. I miei fratelli russavano e lo straniero respirava piano, come se fosse abituato a nascondersi anche quando dormiva.
«E ti sembra che Polly guardi lui?».
La risposta di mia madre non venne mai, ma io mi accorsi che, anche se fino a quel momento non me ne ero resa conto, era vero.

Lo straniero era bravo a riparare le cose.
Intendiamoci: a quei tempi, da quelle parti, tutti dovevano saper fare di tutto, ma nessuno, in casa Ford, era in grado di battere in questo lo straniero. Né, suppongo, da qualche altra parte.
Sembrava capisse quando qualcosa aveva bisogno di un’aggiustatina prima ancora che il difetto si manifestasse e, una volta che ci metteva le mani sopra, potete star certi che non sarebbe stato mai più necessario accomodarla.
Aggiustò sei assi della veranda che, in apparenza, erano perfette ma che, una volta rimosse, si dimostrarono tarlate e, dopo che lui passò un’intera giornata a trafficare sul tetto, il camino della fattoria Ford non emise mai più fumo.
A volte, quando faceva questi lavori, fischiettava e, un paio di volte, lo vidi sorridere. Così, sembrava molto più giovane. Quasi della mia età.
Anche in cucina ci sapeva fare. 
Quando qualcuno allungava una mano verso i piatti che Mary Ford stava preparando prima che fossero pronti, lei, mia madre, lo colpiva con un cucchiaio, ma allo straniero, e solo a lui, lo permetteva. In cambio, lui le insegnò a cucinare diverse pietanze, della sua terra e di altre. «Siete un uomo dai molti talenti» dovette ammettere lei una sera.
«Polymetis» disse lui. I miei fratelli guardarono il piatto come se il “polymetis” fosse quello che stavano mangiando.
«Significa “dal multiforme ingegno” nella mia lingua… o lo significava» spiegò lui.
«È molto che mancate da casa, signor Ulysses?» chiese Jimmy.
«Eravate un soldato?» domandò Jack.
«Ragazzi!» li rimbrottò mia madre.
Stava per aggiungere altro, ma mio padre intervenne. «Un uomo dovrebbe sempre sapere chi dimora sotto il suo tetto» disse, poi guardò lo straniero. «Mio figlio vi ha fatto una domanda».
Lo straniero posò il cucchiaio pieno di fagioli. Li aveva cucinati lui ed erano molto saporiti, anche se un po’ piccanti. «Lo sono stato. Un... comandante».
«Eravate un marinaio, vero?» lo incalzò Jack. «Eravate con il nord o con il sud? Ho sentito dire che il sud aveva navi che andavano sott’acqua».
Lo straniero guardò mio padre, sempre tenendo il cucchiaio a mezz’aria.
«Ho letto che c’è stata una guerra in Grecia. Avete combattuto in quella?» chiese mio padre.
«Più d’una. Tanto tempo fa».
Mio padre strinse gli occhi. La sua vista stava scemando e, quando voleva vedere bene, doveva strizzarli, proprio come in quel momento. Di certo stava cercando di ricordare quando c’era stata la guerra in Grecia, ma non ci riusciva.
«E...?» chiesi io.
Lo straniero parve vedermi per la prima volta. O così parve a me. «E a un certo punto ne ho avuto abbastanza» rispose. Poi mangiò i fagioli.
Mio padre spinse via il piatto e si sporse in avanti. «Per questo siete finito qui?»
Lo straniero annuì piano. «Ma non è servito a molto. Non serve mai. Non a lungo».
Tutti smisero di masticare. Un fagiolo sgusciò fuori dalle labbra di Jim.
«Ditemi, signor Ulysses: siete un uomo onesto?» chiese mio padre.
Il fagiolo cadde nel piatto con un lievissimo tonfo
Lo straniero si pulì la bocca e guardò mio padre. «No» rispose. «Ci provo e basta. Qualche volta ci riesco. Ma quale uomo potrebbe dire, di sé, qualcosa di diverso?».
Mio padre rimase in silenzio, poi avvicinò di nuovo il piatto e riprese a mangiare.
Come ho detto, non era un uomo di molte parole. A volte si capiva quello che aveva in mente, altre no.
 
Il pomeriggio successivo i miei fratelli erano avvinghiati per terra e se le davano di santa ragione: Jim aveva preso i capelli di Jack e glieli tirava, mentre Jack lo riempiva di pugni nelle costole.
Non era la prima volta che succedeva e non sarebbe stata neanche l’ultima, perciò agii come al solito: andai all’abbeveratoio, presi un secchio d’acqua e glielo tirai addosso, poi chiesi loro che cosa accidenti avessero.
La vacca muggì, probabilmente per lamentarsi dello spreco. Non aveva tutti i torti perché non pioveva da parecchio.
Ripetei la domanda e Jim disse che il Signor Ulysses aveva detto a papà di dover andare a prendere le sue armi, che aveva lasciato alla fattoria dei Jefferson. A quanto pareva, aveva visto la banda di Scout aggirarsi nei dintorni ed era meglio essere pronti. Sia Jack che Jim volevano andare con lo straniero, ma, avevano cominciato a suonarsele prima ancora di domandarglielo.
Dissi loro che potevano anche smetterla perché tanto non ci sarebbe andato nessuno dei due e corsi da papà.
Mio padre stava arando il campo come se nulla fosse, ma, in un angolo, a ridosso della palizzata, teneva il fucile.
Io guardai il fucile, poi guardai papà, lui guardò me e non ci fu bisogno di spiegare niente.
«Non dire nulla alla mamma» mi disse; «è inutile che si preoccupi».
«Credi che lo straniero si sbagli?».
La lama dell’aratro incappò in un sasso. Mio padre imprecò, lo raccolse da terra e lo scagliò via con rabbia, poi riprese ad arare.
Io aspettai un po’ e raggiunsi lo straniero.
Guardava verso ovest proteggendosi gli occhi con una mano, poi mi resi conto che non si limitava a osservare: annusava l’aria come un cervo che ha sentito l’odore di un puma.
«Sono là fuori?» domandai.
La giornata era stata calda, calma. Se possibile, l’aria era ancora più pesante che durante la notte, come se il cielo non fosse che una pietra azzurra pronta a cadere sulle nostre teste.
«Che pace» dissi e non avevo ancora finito di parlare che già avevo capito di aver detto una sciocchezza.
«Non dura mai» disse lo straniero. «Non dura mai a lungo».
«Potrei venire io con lei» proruppi e capii di aver detto un’altra sciocchezza e, allo stesso tempo, di non averla detta affatto perché era quello che pensavo e che a volte le cose sono sia vere sia senza senso.
Lui sorrise e, intorno agli occhi, gli si formarono delle rughe che lo facevano sembrare più vecchio dello stesso Pilastro che, all’orizzonte, iniziava a tingersi di rosso.
«Già. Il posto di una donna è a casa» aggiunsi. Dato che avevo cominciato a dire sciocchezze, tanto valeva continuare.
Un soffio di vento, il primo da molte ore, attraversò la pianura. Aveva un odore strano, come di sale.
«Mia moglie mi ha aspettato a lungo, in Grecia. Vent’anni» disse lo straniero. «Chissà, forse mi aspetta ancora da qualche parte».
Un coyote latrò. Col silenzio che c’era, era difficile dire quanto fosse lontano. Avrebbe potuto essere dall’altra parte del mondo.
Mi voltai e mi allontanai, decisa a non dire niente. Fatti pochi passi, cambiai idea e gli parlai da sopra la spalla. «Non fare rumore quando te ne vai. Inutile far agitare la mamma o i ragazzi più di quanto non sia necessario».
Per la prima volta gli avevo dato del “tu”. E lo avevo fatto apposta.

Il giorno successivo, dopo pranzo, mia madre disse ai miei fratelli di non uscire.
Loro brontolarono un po’, ma ubbidirono senza fare troppe storie.
Mi resi conto che, nei due giorni precedenti, mio padre e lo straniero avevano rinforzato i muri, le porte e le finestre e mi diedi dell’idiota.
Mio padre disse che il signor Ulysses era andato a caccia e nessuno chiese più niente.
«Fort Defiance è a due giorni» disse di colpo mia madre.
Mio padre aveva tirato fuori delle vecchie pistole e le stava esaminando. Fino a quel momento ignoravo che avessimo altre armi in casa oltre al fucile. «Può darsi che Scout giri al largo. Non è detto che venga subito qui» disse. Smontò una pistola, guardò dentro la canna e scosse la testa.
«Forse no, ma verrà» replicò mia madre.
La vacca muggì. «Quella bestiaccia è solo una fonte di guai» disse papà. «Quando dovrebbe starsene nel recinto, scappa, e quando dovrebbe girare al largo...».
Jack fissava il tamburo della pistola come se volesse afferrarlo, ma non osasse. «Credi che il Sig. Ulysses farà in tempo? Riuscirà a raggiungere il forte, avvisare i soldati e portarli qui? Oppure verrà a darci una mano dopo aver recuperato le sue armi?».
Mia madre ruotò il polso con un gesto esperto e inserì il tamburo dell’altra pistola, quella che funzionava, al proprio posto. «Gli hai dato il cavallo» disse.
«Ha detto che se ne intende. E poi così potremo riprendercelo, se tutto va per il verso giusto».
«È un marinaio» feci io.
«Ha detto che se ne intende» ripeté mio padre.
Il vento scelse quel momento per levarsi. Un sibilo sottile, lamentoso, che cresceva rapidamente e pareva carico di fame. Se i Navajo si fossero avvicinati non avremmo potuto sentirli.
Jack prese il tamburo della pistola rotta, ma papà glielo strappò di mano e lo scagliò contro il camino. Il metallo risuonò contro la pietra come la campana del giudizio.
«Tanto non abbiamo abbastanza munizioni» fece mia madre.
Mio padre guardò me e i miei fratelli uno a uno. «Quando comincia, uscite dalla finestra sul retro, quella che ancora non ho sbarrato, poi correte verso la latrina. Volevamo creare una specie di doppio fondo, ma non abbiamo fatto in tempo. Ci sarà una gran puzza, ma forse sarà proprio questo che vi salverà».
Poi nessuno ebbe più niente da dire.

Ricordo il salto dalla finestra. Persino come rischiai di cadere quando il piede sinistro sembrò disobbedirmi e scivolò fuori troppo presto. Avevo fatto quel salto chissà quante volte sin da quando ero bambina e non ero mai scivolata, ma quella volta, quasi, caddi di sotto. Forse perché non volevo andarmene e lasciare mamma e papà da soli.
Curioso come, di quella notte, mi tornino alla mente solo dei frammenti, come fotogrammi di film western strappati e sparsi in giro a caso.
Probabilmente è così perché ho passato gran parte della mia vita a cercare di dimenticarli e il resto a cercare di recuperarli, ma senza riuscirci, e ormai la memoria mi tradisce, tanto che, ora di cena, non riesco a ricordare che cosa ho mangiato a pranzo o mi capita di chiamare “Jimmy” l’infermiere che ha i capelli rossi come mio fratello.
Comunque dobbiamo essere saltati giù dalla finestra, io, Jack e Jim, e dobbiamo aver corso, nella tempesta fino alla latrina.
Deve essere successo per forza, anche se non lo ricordo.
Ma di una cosa sono certa: non mi ero accorta che Jack avesse preso di nascosto la pistola rotta e se la fosse portata dietro, come non mi ero accorta che Jim aveva afferrato l’accetta che tenevamo in casa.
A volte mi capita di pensare che la mia mente se ne vada ogni tanto a fare quattro passi come la vacca che avete incontrato all’inizio di questa storia.
Quando mi succede così Jimmy, l’infermiere, quello con la testa rossa, mi porta le medicine e mi dice di respirare a fondo perché sa quello che ho. Si chiama “stress da granata”, o almeno adesso lo chiamano così e non sparisce mai, anche se sono passati più di sessant’anni.
Sa di che cosa parla perché anche lui ha fatto la guerra: un’altra, in Europa, contro il Kaiser.
Allora ci guardiamo, io da una parte e lui dall’altra del XX secolo, e ci capiamo, e mi ricordo che lo straniero aveva detto che la pace non dura mai a lungo, così, a poco a poco, rammento il resto.
Ci furono degli spari. Tanti, ma non tantissimi. Non tuoni, o petardi, o fuochi d’artificio, come alle volte mi capita di leggere, ma piuttosto come rami secchi che si spezzano e, sotto, c’era come un lamento, ma poteva essere quello del vento. 
E poi rimase solo il vento.
A quel punto Jack e Jim si precipitarono fuori, Jack con la pistola rotta in mano e Jim con l’accetta, urlando come se anche loro fossero Navajo.
Provai a fermarli – e questo lo ricordo, lo ricordo bene – ma uno dei due, credo Jack, mi diede una spinta e io battei la testa contro la parete della latrina e persi i sensi.
Rinvenni che era l’alba, l’alba polverosa che segue le notti di tempesta, quando la sabbia non ha ancora deciso se posarsi a terra.
Il vento aveva divelto per metà la porta della latrina e, dopo un po’, scorsi due gambe venire verso di me e, accanto, un arco con la freccia incoccata.
Pensai che mi spiaceva morire sporca di escrementi.  Avevo visto altri morti e, anche se il trapasso non era una cosa pulita, dopo si faceva il possibile per rendere il defunto presentabile, come se la morte fosse un signore dai gusti schizzinosi.
Io invece sarei morta immersa nella merda da capo a piedi e scusate la parola ma le altre non vanno bene.
Mi venne in mente che non avevo rivolto neppure un pensiero a mia madre, a mio padre o ai miei fratelli e che avrei dovuto dire almeno una preghiera, ma non feci in tempo perché lo straniero mi afferrò per le braccia e mi tirò fuori.

Il signor Ulysses mi buttò nell’abbeveratoio.
Io cercai di tirarmi fuori, ma lui mi cacciò sotto ancora e ancora.
Alla fine riuscii a tenere la testa fuori dall’acqua quel tanto che bastava per chiedergli se voleva ammazzarmi.
Lui si allontanò e si appoggiò all’unico palo del recinto ancora in piedi. Accanto, aveva un fucile; a tracolla, l’arco con cui l’avevo visto quando era apparso.
Non c’era nessun altro.
«Sei un dannato muso rosso anche tu?» gridai. Poi vidi la casa in cenere.
Saltai fuori dall’abbeveratoio e corsi in quella direzione, ma lui mi afferrò per un braccio e mi trattenne. «Ho già fatto io» disse.
Provai a divincolarmi, ma lui mi strattonò. Gli mollai un calcio, ma lui fece un mezzo passo indietro e lo evitò, poi mi scosse e mi guardò dritto in faccia. «Non sei ancora abbastanza bagnata?» mi chiese.
Il vestito era fradicio, ma pulito, anche se non me ne importava più, e la faccia madida, anche se non avrei saputo dire di cosa.
L’asciugai con una mano e si bagnò di nuovo, poi decisi che non mi importava niente neanche di quello e mi accasciai al suolo, in ginocchio.
Lui mi lasciò lì per tutto il tempo che serviva, ed era parecchio, anche se non sarebbe mai stato abbastanza.
Alla fine mi si avvicinò e mi porse un pezzo di carne secca.
«Non hai detto che volevi venire con me?» chiese.

«Se manteniamo questa andatura, li raggiungeremo a metà della notte» disse lo straniero. «È il momento migliore. Tuo padre non teneva molto whisky in casa, ma è una piccola banda: solo otto. Poco dopo mezzanotte saranno tutti sbronzi».
Notai che guardava il mio fucile e feci: «Te l’ho già detto: so come usarlo. Tu, piuttosto, con quell’arnese».
«È un regalo di mio nonno. Autolico. “Vero lupo”».
«Sembra un nome indiano».
«Credo che il tuo nome sia il diminutivo di “Ippolita”. “Regina dei cavalli”. Sei indiana anche tu?».
Cavalcavamo piano, gli animali che procedevano con passo lento, regolare, sbuffando ogni tanto come se facessimo una passeggiata. Non so dove avesse trovato il mio, ma era dipinto con pitture navajo, perciò non era difficile indovinarlo. Era una notte bellissima. «E tu lo sai usare il regalo del tuo nonnino?».
«A casa mia c’erano sette scuri infisse lungo una trave. Dalla parte opposta alla lama c’era un anello di ferro. Io solo so tendere quest’arco e far passare una freccia attraverso i sette anelli».
«Sembra una favola».
«Se passa abbastanza tempo, qualunque storia lo diventa. Anche la tua».
Alzai lo sguardo verso il cielo. Non mi era mai sembrato così pulito, come se la tempesta di sabbia lo avesse smerigliato. Alle nostre spalle, verso destra, il Pilastro era un altare nero eretto contro il blu. Lo dico di nuovo: era una notte bellissima. E io mi sentii in colpa. «Sei sicuro di ritrovarli?» chiesi.
«Le stelle».
«Ah, già, sei un marinaio. Un comandante, addirittura».
«Un re».
Che Dio mi perdoni, scoppiai a ridere. Il cadavere di mio padre era caldo, mia madre e miei fratelli rapiti dagli indiani, tutto quello che avevo avuto e sperato di avere era cenere e io scoppiai a ridere. In quel mondo folle, in cui la Via Lattea riluceva come in qualunque altra notte, forse era la cosa più giusta.
Mi voltai verso il sig. Ulysses, ma era troppo buio per capire se scherzava. «E la tua regina ti sta aspettando da qualche parte».
«Ho costruito la nostra casa attorno a un ulivo. Il letto nuziale è ricavato proprio nella chioma e gli odori, la luce, i suoni, cambiano a seconda della stagione. Mi mancano, gli ulivi».
Io risi di nuovo, ma molto più amaramente. Un pazzo. La mia vita e quella della mia famiglia erano nelle mani di un pazzo.
«Quando verrà il momento, lascia che sia io a tirare. Arco e frecce non fanno rumore. Conto di farne fuori almeno tre prima che gli altri si sveglino. Tu comincia a sparare...».
«… quando vedo il bianco degli occhi. Lo so».
Lo straniero scosse la testa. «Quando senti che è arrivato il momento».
«E come lo capisco?».
«Quelli come noi lo capiscono sempre».

Contai le sagome sdraiate attorno al fuoco, mi morsi la lingua e le contai di nuovo.
Nove.
Se tutti i miei fossero stati con loro sarebbero state undici.
Guardai lo straniero, poi di nuovo le forme – tutte accoccolate, tranne una seduta, con la testa che ciondolava e una sdraiata con i polsi legati a un paletto.
Quella doveva essere mia madre. 
I miei fratelli non si vedevano. Forse erano scappati, o uccisi strada facendo, o ceduti a qualche altra banda.
Cercai di non pensarci, strinsi il fucile e ci riuscii.
Accanto a me, lo straniero tratteneva il fiato.
Il momento.
Giusto.
Attendeva il momento.
Il momento di uccidere.
Arrivò improvviso, senza che io riuscissi a notare alcun cambiamento.
La freccia attraversò l’aria con un movimento troppo rapido perché potessi definirne il suono – un ronzio? Di solito lo chiamano così, quindi dovrebbe andar bene, ma io non lo chiamerei “ronzio” anche se non so dire quale sia il nome giusto.
Il Navajo di guardia si piegò come se avesse ceduto al sonno una volta per tutte, poi fu la volta dei due più vicini. 
Non ci fu alcun rumore. Anzi, ci fu più silenzio.
Il sig. Ulysses aveva ragione. Erano sbronzi e, ora, tre di loro avevano smesso di russare.
Lo straniero lasciò andare il fiato, prese un’altra freccia, poi mirò a un indiano più lontano. Scoccò di nuovo e, di nuovo, quello passò dal sonno alla morte. Per molti anni li invidiai perché il loro trapasso era stato così dolce e, tutto sommato, indolore, ma, da un po’ di tempo a questa parte, non più. Tutti moriamo e non è il caso di accanirsi per particolari così trascurabili.
Lo straniero prese un’altra freccia e, proprio in quel momento, mia madre urlò.
I guerrieri ancora vivi balzarono in piedi. Erano addormentati e mezzi sbronzi, ma ci vollero solo due o tre secondi prima che capissero che cosa stava succedendo e da dove veniva il pericolo. Ancor oggi ringrazio il cielo che fossimo noi coloni ad avere le armi migliori, altrimenti non so come sarebbe andata a finire.
Urlando, si avventarono contro di noi con la stessa ferocia che dovevano aver avuto quando avevano assalito la fattoria e io gridai con altrettanta ferocia e sparai.
E sbagliai la mira.
Il guerriero piegò la spalla destra come se avesse ricevuto una spinta – dovevo averlo preso di striscio – e continuò la sua corsa brandendo un tomahawk. Arrivò a una decina di metri prima che una freccia gli penetrasse in un fianco. Sputò sangue, ma continuò ad avanzare barcollando. Ulysses scoccò un’altra freccia – questa volta fu davvero un ronzio come quello di un calabrone furioso – e il navajo crollò a terra, il collo trapassato.
Gli altri tre ci erano ormai addosso ed ebbi appena il tempo di ricaricare e sparare. Presi il primo in pieno petto e il secondo alla testa.
Il terzo, però, mi fu addosso prima che potessi ricaricare ancora.
Ulysses gli si avventò contro; il guerriero, urlando, sferrò un colpo d’ascia laterale, ma lo straniero lo evitò con lo stesso balzo aggraziato con cui aveva eluso i miei calci, poi qualcosa brillò nella sua mano.
Intravidi un lungo coltello o una corta spada, poi il ferro si piantò nello sterno dell’indiano. Il guerriero gorgogliò e il Sig. Ulysses gli rigirò l’arma nel corpo, poi la tirò fuori. Il navajo cadde a terra rantolando, poi non si mosse più.
Ansimando, io e lo straniero ci guardammo. Aveva ragione: sapevo esattamente quando e dove sparare. Quello che non mi aveva detto era che mi sarei sentita così viva.

Il camino era rimasto in piedi ed era una fortuna.
Il sig. Ulysses lo usò come supporto per tirar su una specie di versione ridotta della casa. Qualcosa con un tetto, delle pareti abbastanza salde da non crollare al primo soffio di vento; persino una porta che si poteva chiudere per tenere fuori la Monument Valley, dove il Pilastro rimaneva là dove era sempre stato e cambiava colore come aveva sempre fatto.
Mia madre era più difficile da riparare e non si poteva riparare tutta.
Ricominciò a mangiare quasi subito, ma era come dare acqua ai saguari che crescevano verso nord.
Stava immobile per tutto il tempo, in qualunque posizione la mettessimo: seduta se la mettevamo seduta, in piedi se la facevamo stare in piedi, altrimenti sdraiata.
Ogni tanto si svegliava e cominciava a strofinarsi l’inguine con tanta forza da sanguinare. Alla fine fummo costretti a legarle le mani. Di quando in quando emetteva un gemito lungo, continuo, monotono, come se, dentro, avesse solo il vento del deserto. Se per caso c’era qualche coyote nei dintorni ululava anche lui, tuttavia non la imbavagliammo mai, anche se pensavo che sarebbe stato meglio se il sig. Ulysses avesse riservato a lei una delle sue frecce. 
Lo straniero dovette capire che cosa avevo in testa perché mi disse: «Viva è meglio. Io ho incontrato la mia alle soglie del regno dei morti. Tre volte ho provato ad abbracciarla e tre volte mi è sfuggita dalle mani. Credimi: viva è meglio».
Io credetti, ancora, di avere a che fare con un pazzo, ma con meno convinzione. Impazzire era più facile di quanto pensassi e, a volte, poteva essere l’unico modo di rimanere vivi.
Facevamo i turni di guardia, temendo che qualche banda di Navajo ci desse la caccia per vendicare i loro compagni, ma non successe. Dopo un po’, riprendemmo l’abitudine di guardare il tramonto e osservare come il Pilastro cambiava colore. Per incredibile che possa sembrare, la Monument Valley mi faceva un po’ meno paura.  
Un giorno la vacca tornò e cominciò a gironzolare intorno all’abbeveratoio. Sembrava delusa perché, dentro, non c’era più acqua.
Le smanie di mia madre si fecero meno frequenti e una mattina le slegammo i polsi. Non era molto più vitale di prima, ma non dovemmo legarla mai più.
Pensai che avremmo potuto andare a Fort Defiance portandocela dietro e lo dissi allo straniero e lui rispose che era il caso.
Non gli dissi che pensavo a un’altra possibilità. Potevamo rimettere a posto la casa. Non un semplice riparo provvisorio, ma qualcosa di più stabile. I Navajo avevano smesso con le razzie e sembravano essersi rassegnati a vivere nella riserva di Bosque Redondo. Avremmo potuto riprendere a coltivare la terra, allevare bestiame. Altri coloni sarebbero giunti da est e non saremmo stati più isolati.
Una sera, mentre le passavo accanto, mia madre mi afferrò per un polso. Mi guardò un istante e, per quel momento, parve riconoscermi. Non durò a lungo, ma ci fu.
Lo straniero era fuori, in piedi sui rottami della veranda, a guardare il tramonto.
Lo raggiunsi e pensai che era il momento di dirglielo. Ci sono parole che un uomo non osa dire, così tocca a noi donne.
Gli posai una mano sulla spalla, ma lui non si voltò.
Fissava il Pilastro e io seguii il suo sguardo all’indietro, fino ai suoi occhi. Erano di un azzurro che non avevo mai notato – forse era quel tipo d’occhi che cambia colore a seconda della luce: ne ho incontrato qualcuno, nella vita, anche se mai più così – e mi resi conto che ricordavano il mare. Lo avevo visto una volta, da bambina, a New Orleans, prima di partire per il West. Avevo cinque anni e credevo di averlo dimenticato.
Così capii quello che stava per accadere.
Capii tutto.
Nondimeno, tolsi la mano, gli appoggiai la testa sulla spalla e chiesi: «Non vuoi andare dentro?».
Lo straniero si voltò verso di me e sorrise d’un sorriso amaro che lo faceva sembrare molto più pazzo. O molto più vecchio. «Ho ucciso il figlio di un dio. Dovrò viaggiare finché non incontrerò genti che non conoscono il mare e non mangiano cibi conditi col sale. Allora erigerò un altare e sacrificherò a Poseidone che scuote la terra e, finalmente, la morte mi coglierà, sazio di anni».
La notte era pulita e d’un blu intenso come quella in cui avevamo recuperato mia madre, ma io non mi sentivo più in colpa. «A ovest c’è il Pacifico. Un altro mare».
Il vento soffiò da occidente. Di nuovo una brezza strana, con un accenno di sale. Lo straniero accennò alla luna, piena sopra il Pilastro. «Lassù, allora. Forse».
In casa, mia madre si lamentò con un suono diverso.
Io mi staccai dallo straniero ed entrai.
Mamma era in piedi in mezzo alla stanza. Mi guardò con un’espressione che ricordava la prateria dopo una tempesta: è stata dura, ma ora la sabbia si è posata e, forse, è possibile ricominciare.
Mi girai verso Ulysses, ma lo straniero si era già incamminato verso ovest.
Rimasi a guardarlo finché una folata non spinse la porta chiudendola del tutto.

Il viaggiatore testo di Rubrus
9

Suggeriti da Rubrus


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di Rubrus